La vita bisogna metterla
in gioco per i grandi ideali

Papa Francesco

15 luglio 2013

Trascrizione dell’intervento del Ministro della Difesa Sen. Mario Mauro in occasione della cerimonia per l’intitolazione dell’Aula Magna del CASD a Beniamino Andreatta

Grazie a tutti per aver voluto partecipare a questa iniziativa. Grazie, in particolar modo, alla Sig.ra Eleonora Andreatta per la sua presenza. Devo entrare in una spiegazione più dettagliata di cosa vuol dire per me questo gesto, perché è tutt’altro che formale. Io ho cominciato la mia carriera politica nella Primavera del 1999. Pochi mesi […]

Grazie a tutti per aver voluto partecipare a questa iniziativa.

Grazie, in particolar modo, alla Sig.ra Eleonora Andreatta per la sua presenza.

Devo entrare in una spiegazione più dettagliata di cosa vuol dire per me questo gesto, perché è tutt’altro che formale. Io ho cominciato la mia carriera politica nella Primavera del 1999.

Pochi mesi dopo, Beniamino Andreatta subiva quel doloroso evento che l’ha portato alla morte.

Pertanto io non ho avuto mai, ne’ occasione di conoscerlo, ne’ di vederlo all’opera dal punto di vista politico, perché la mia partecipazione alla vita politica italiana è figlia della stagione successiva.

Per cui, le ragioni per le quali all’inizio del mio mandato mi sono posto in modo molto concreto e appassionato il dovere di questa scelta sono un tutt’uno con il vedere qui oggi la Sig.ra Eleonora.

Spiego cosa intendo dire, perché è un andare a vedere come stanno le cose. E’ un andare a vedere, cioè, come le ragioni di un uomo si concretizzano in un fatto di vita che segna, dal mio punto di vista, il destino di una generazione.

Per questo, io credo che l’insegnamento di Andreatta sia esperibile, non perché è stato un grande Professore universitario, non perché è stato un ottimo Ministro della Difesa, non perché è stato un grande innovatore dal punto di vista politico e dal punto di vista delle teorie economiche, ma semplicemente perché ha dato consistenza a quel lavoro semplice che fa ognuno di noi: prendere sul serio la vita.

Non ho altro modo per descrivere, infatti, il modo con cui un uomo che sa di economia abbia preso cosi sul serio il Ministero della Difesa.

Perché credo che questo ci dia la misura di quanto l’impegno con i fattori della realtà trasformi ognuno di noi in una sorta di profeta della realtà.

Letteralmente, nelle cose che io leggerò ci sono le profezie di Andreatta. Ci sono quelle sottolineature, quegli accenti, quei momenti di verità che oggi, in particolare, sono un giudizio su quello che noi con la nostra responsabilità politica siamo chiamati a vivere.

E’ ovvio che in questa sala ci sono persone che molto meglio di me potrebbero e potranno fare quanto io vado dicendo.

Lo farà sicuramente meglio di me il Presidente Prodi che è storicamente forse l’uomo che più ha avuto dimestichezza con il Professor Andreatta.

Potrà farlo meglio di me il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, che ha avuto analoga frequentazione e filiale devozione nei confronti di Beniamino Andreatta.

Lo potrebbe fare molto meglio di me il mio predecessore, il Ministro della Difesa, l’Ammiraglio Di Paola, che è stato anche suo Capo di Gabinetto durante la fase più intensa di quel mandato.

Ma è a me che è stato chiesto di procedere in questo senso. E il modo in cui lo faccio è il voler dare consistenza e senso profondo alle iniziative e alle parole di Andreatta.

Alle iniziative, perché c’è Andreatta in tutte le iniziative che hanno definito l’evolvere del nostro sistema di difesa cosi come l’attenzione che la vita politica ha avuto in questi ultimi anni al tema della difesa: il passaggio dalla leva obbligatoria al professionismo militare, l’ingresso delle donne nelle Forze Armate, l’impiego operativo in missioni fuori dal territorio nazionale, l’integrazione tra le diverse Forze Armate, cioè il concetto che oggi chiamiamo Interforze.

Eppure, prima di tutto questo, viene in evidenza un’altra considerazione, cioè il fatto che oggi siamo un Paese che ha un enorme bisogno di un dibattito sulla cultura della Difesa.

Ne abbiamo bisogno non tanto per quello che è l’accento della contemporaneità o quelle che sono le discussioni di questi giorni.

Ne abbiamo bisogno perché è cambiato il mondo. Ne abbiamo bisogno perché è cambiata l’Europa. Ne abbiamo bisogno perché, ragionevolmente, una delle sfide più importanti cui l’Europa è chiamata è fare unità politica e non potrà esserci unità politica dell’Europa senza una dimensione europea della Difesa e senza un accento di progetto politico che comprenda la Difesa stessa.

Ma ancora di più, questa circostanza della vita del nostro Paese ha bisogno di una cultura della Difesa e le ragioni si possono ritrovare in quello che mi è capitato di vivere fin dai primi momenti del mio mandato.

Caro Enrico, sono diventato Ministro del tuo Governo mentre due Carabinieri mordevano la polvere davanti Palazzo Chigi. Mentre due, cioè, che hanno fatto loro l’assioma “sacrificare la vita per qualcosa di più grande” venivano messi in ginocchio da un’affermazione rassegnata che è quella di pensare che la colpa di tutto sia della politica che non funziona.

Per questo io credo, e lo dico ancora di più dopo il sacrificio del Maggiore La Rosa in Afghanistan, che noi dobbiamo sentirci definiti e la nostra vocazione sentirsi definita una volta di più da quelle ragioni buone che tengono quelle persone dentro un’uniforme, dietro ad un fucile, sul ciglio di un muro a tutela di quello che è il bene supremo e il bene della pace e della convivenza civile.

Lo penso veramente, come penso che è guardando a questo che la classe dirigente e la classe politica possano ritrovare il senso profondo del proprio impegno, del proprio mettersi in discussione, del proprio appassionarsi alla vita di ognuno.

Bisogna guardare a quelle ragioni per le quali uno mette su casa, mette su famiglia, mette al mondo dei figli, tenta l’avventura dell’impresa e del lavoro.

Credo che ci sia tutto questo dietro l’esperienza delle nostre Forze Armate e credo, cioè, che in modo non retorico quelle Forze Armate rappresentino per ognuno di noi l’affermazione di quel principio di democrazia che vede le Istituzioni come il frutto di un patto di libertà, garanti quindi e non padrone della vita dei cittadini.

Credo, insomma, che il nostro sistema di difesa e la cultura della Difesa debba affermare questo: la democrazia è lo strumento buono attraverso il quale gli italiani pensano a se e pensano al mondo.

Pensano al futuro dell’Europa e pensano di poter cambiare nel mondo perché il mondo cambi se stesso. E credo ancor di più che tutto questo sia stato incarnato dalle parole di Andreatta, dal modo risoluto con cui ha preso quell’impegno di Ministero e dal modo, ancor più rilevante, con cui ha preso l’impegno della sua vita.

E siccome non vorrei lasciare nulla d’intentato per attestare quanto professo, vorrei ricordare che è Andreatta stesso a farci capire tutto questo: “Da troppi anni il nostro Paese sacrifica la componente armamenti con un rapporto, rispetto a quello esistente con i paesi di analoga dimensione e meno esposti al pericolo, di uno a tre. Mi riferisco ai nostri investimenti militari rispetto a quelli dei Paesi che ho citato. Esiste poi una tradizione, legata al formarsi del nostro Stato nazionale, di partecipazione vasta e popolare alla funzione militare. Tradizione che dovrebbe essere attentamente valutata rispetto ai valori politici complessivi della nostra comunità prima di abbandonarla.”

Sono le prime iniziali riflessioni di Andreatta quando ridisegna il sistema della leva e comincia ad ipotizzare la revisione dello strumento militare. Quelle riforme sono già in parte largamente compiute, in parte ancora da compiere.

E sulla base di questa analisi Andreatta ha creato quel dinamismo che consente oggi alla nostra Difesa di reggere il confronto con il contesto europeo e di essere quello strumento certo nelle mani della comunità internazionale per l’aspetto del contenimento dei conflitti.

Anche su questo vorrei cercare di essere preciso perché nuovamente, e questo è un bene, ritorna nella vita pubblica del nostro Paese la discussione su ciò che è pace e ciò che è guerra, su ciò che valga la pena fare per garantire la pace, su ciò che debba essere fatto per evitare la guerra.

E in me c’è molta e profonda amarezza perché nel dibattito odierno trascurano ciò che è, invece, evidente. Cioè, che per avere la pace bisogna passare attraverso una fase di sacrificio che è il contenimento dei conflitti. Questo contenimento dei conflitti può durare anni e costare sacrifici molto grandi.

Quando molti mi rimproverano per gli anni da cui siamo in Afghanistan, ricordo che se siamo in Afghanistan da dieci anni, siamo da venti in Bosnia e da quindici anni in Kossovo.

Siamo, cioè, come comunità internazionale che versa in circostanze difficilissime, chiamati a rispondere in termini di coscienza e anche in termini di risolutezza politica a quelle che sono le sfide della contemporaneità.

Dentro queste sfide la pace è il valore più grande, l’elemento più forte. Ma da sempre questo ha un fondamento antropologico che vede sicuro ancoraggio a quello che è l’unico riferimento possibile: ciò che è giusto, ciò che è vero, ciò che rappresenta la nostra tradizione e la nostra cultura.

Ci viene in soccorso in questo senso un Andreatta che non è ancora Ministro, che è capogruppo del Partito Popolare al Parlamento italiano nel 1995 durante la seduta del quattordici dicembre: “Credo che il Parlamento di un Paese libero abbia il diritto di chiedere ai propri giovani di assumersi compiti che comportano una qualche misura di rischio. Non esiste vincolo di solidarietà in una nazione se il rapporto tra individuo e società si esaurisce in un insieme di pretese e di diritti dei singoli verso le Istituzioni e se ai diritti non corrispondono obbligazioni e doveri. In conclusione, non vi è alcuna prospettiva di un mondo più civile se le potenze sfuggono le loro responsabilità, se la sindrome di “Resa di Monaco” dovesse impossessarsi dei popoli e dei loro governanti. Se la sicurezza collettiva trovasse armi e soldati per far vivere sul campo le ragioni della pace.”

E’ un Andreatta guerrafondaio? No, è un atto di amore per la pace. E ciò che noi sappiamo è che la pace ha un costo elevatissimo e soprattutto ha un costo non tentare di portare la pace.

Chi vi parla ha vissuto l’avventura di rimanere giorni prigioniero dell’assedio a Sarajevo, ricorda Srebrenica, ricorda tutte quelle volte in cui c’è stata mancanza di decisione e mancanza di deterrenza.

Il risultato è stato la morte, la più grande strage compiuta nei Paesi dell’Unione europea dopo la seconda guerra mondiale.

Chi vi parla ricorda il Ruanda, dove l’incertezza della comunità internazionale ha portato ottocentomila morti, non bombardati dagli aerei, ma uccisi a colpi di machete.

La pace ha un costo, la libertà ha un costo. Questo costo che per obbligo costituzionale e dovere costituzionale facciamo pagare alle Forze Armate racchiude però in se’ l’essenza della pace. E la pace è anche alla fine di un percorso che prevede il contenimento dei conflitti.

Ci sono voluti uomini coraggiosi che lo hanno ricordato nella storia della nostra Repubblica. Lo ha ricordato all’inizio di questa esperienza Alcide De Gasperi, hanno continuato a farlo persone che hanno ben presente la complessità della realtà e mai hanno cercato scorciatoie demagogiche e populiste per proporre un giudizio complessivo su ciò che è pace e ciò che è guerra.

E per questo che noi siamo grati a Beniamino Andreatta ed io, in particolare, pur senza averlo mai conosciuto. Sono grato perché il modo in cui lui ha inteso vivere il Ministero della Difesa è un modo di servire i cittadini senza volersi servire dei cittadini.

E’ un modo, cioè, che mette al centro il cuore della sfida che si ripropone alla nostra politica in questa circostanza cosi drammatica. Abbiamo l’opportunità, attraverso la condizione eccezionale di unità che siamo chiamati a vivere, di fare da leva perché quel processo di pace porti lo sviluppo, lo sviluppo porti la prosperità, la prosperità accompagni la riconciliazione. E’ per tutto questo che sono profetiche le parole di Andreatta.

Non sono poche parole, sono molte parole. E non sono semplici parole, sono parole alcune volte durissime. Ancora Andreatta: “Ogni politica di risanamento è impopolare. All’inizio crea una situazione di difficoltà, di disoccupazione, di fallimento industriale.

La domanda pubblica, sia pure come droga contemporanea, sostiene infatti una serie di attività. Ma nel momento in cui questa viene soppressa, vi sono delle conseguenze. Gli effetti positivi maturano nel tempo e quindi, perché un Governo decida sul serio di intraprendere un’azione di risanamento, ha bisogno di avere un ciclo politico che coincida con quello della stabilizzazione.

Superati i primi due/tre anni negativi del programma, si verificano gli effetti positivi della riduzione dei rischi economici connessi ad un’economia sostenuta da una spesa pubblica, il cui finanziamento avviene in deficit con un accumulo progressivo di debito pubblico.” Sono o non sono parole profetiche? Sono o non sono parole che dovrebbero e potrebbero segnare il nostro impegno in questi giorni, in questi mesi?

Il grado di consapevolezza con cui tutta una classe politica dovrebbe accompagnare questi giorni. Sono o non sono queste parole il riecheggiare in termini politici e di consapevolezza della politica, del grado di consapevolezza che hanno avuto Francesco Neri, Giuseppe Giangrande, il Maggiore La Rosa, cioè quegli uomini che in un attimo e in un gesto devono compendiare questa complessità?

Io credo, cioè, che siamo tutti insieme, siamo tutti dalla stessa parte. Una parte che ha come orizzonte quella del nostro Paese, di un’Italia che è non una piccola parte dell’Europa ed è una grande parte del contenuto di storia e di civiltà del mondo intero. Un’Italia che, essendo parte dell’Europa, conosce le difficoltà dell’Europa.

Sa che l’Europa è una cosa grande, cinquecento milioni di persone, e sa che è una cosa piccola, l’otto per cento della popolazione mondiale.

Sa che ha una straordinaria storia e una straordinaria potenzialità, ma sa anche che ha straordinarie titubanze. E allora la memoria di un uomo come Andreatta, che non è la semplice commemorazione, ci aiuta in questo.

Ci aiuta a guardare lontano, ci aiuta a guardare al di là di quello che è l’avvenire di alcuni istanti in cui si giocano, magari per pressione mediatica, delle opinioni che nulla potranno portare al dibattito pubblico e nulla potranno affermare di bello, di vero e di giusto.

Invece, c’è molto da fare con una visione che parte da lontano e finirà lontano e che mette al centro, come ha fatto lui, il destino di una generazione.

Vi ringrazio.