La vita bisogna metterla
in gioco per i grandi ideali

Papa Francesco

16 luglio 2014 - Politica nazionale

Mauro: “Da Renzi riforma putiniana. E presto porterà l’Italia al voto”

Immagine

ILTEMPO – intervista a Mario Mauro di Daniele Di Mario – Insieme a Vannino Chiti è il capo dei senatori dissidenti, fiero oppositore del ddl costituzionale del ministro Boschi. Tanto che Renzi ha preteso e ottenuto la sua rimozione della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. Ora Mario Mauro guida il fronte bipartisan dei frondisti.

Il dibattito sulle riforme costituzionali è cominciato.

«Andiamo al cuore della questione. Cosa deve garantire questo passaggio parlamentare che ha lo scopo di cambiare la Costituzione? L’oggetto apparente è il superamento del bicameralismo perfetto per permettere all’Italia di tornare competitiva. Nella realtà il governo è disinteressato al contenuto della discussione. Al governo interessa una modifica del Senato fatta in modo tale che sposandosi col contenuto dell’Italicum provochi una deriva di tipo putiniano dei nostri valori costituzionali. L’obiettivo è mettere chi governa nelle condizioni di non essere contraddetto. Ciò avviene attraverso tre fattori frutto del patto del Nazareno. Il primo: l’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici della Corte costituzionale finisce per essere appannaggio in toto della maggioranza, anzi del presidente del Consiglio. Gli altri giudici li elegge il Capo dello Stato eletto a sua volta da una dittatura della maggioranza. Un quadro inquietante. Secondo aspetto: con meccanismi che normalmente vanno nei regolamenti parlamentari ma che sono stati inseriti in Costituzione si impedisce che possano essere emendati decreti del governo, in palese contrasto con l’articolo 76. Da vent’anni arrivano in aula solo decreti legge o proposte del governo.

Tra cui il ddl Boschi.

«Unico caso nella storia repubblicana e di qualunque altro Paese democratico del mondo».

E il terzo elemento?

«Nell’operazione di esproprio del Senato di alcune attribuzioni, Palazzo Madama perde il profilo di garanzia. Mancano i contrappesi: la Camera è padrona assoluta dello scenario legislativo, eventuali errori non si possono correggere. Non possiamo permetterci errori su leggi che toccano bioetica, libertà religiosa. Un Senato di garanzia sarebbe un contrappreso per rendere meno fragile la democrazia. Quella di Renzi è un’operazione di potere che garantirsi una pervasività che sia capace di compierere sul piano istituzionale quel che Renzi ha già fatto politicamente saldando il ruolo di premier con quello di segretario».

La proposta alternativa?

«È già stata espressa con emendamenti e subemendamenti. Bisogna salvaguardare la sovranità del popolo, consentendo agli italiani di scegliersi i parlamentari. E dire cosa fa il Senatose è Camera delle Regioni non fa legislazione ordinaria o costituzionale. Se invece non è solo questo, allora è importante che ci sia dietro un principio di rappresentanza della nazione».

Che sparisce dalla Carta.

«Esatto. È un testo pasticciato subordinato a operazioni di potere di bassa lega. Non mette insieme le esigenze dei territori e delle classe sociali: la Costituzione è la Carta che rende possibile la convivenza. Qui non c’è alcun suoperamento del Titolo V e del conflitto tra Stato e Regioni. Non si possono definire rosiconi, gufi, frenatori coloro che hanno una visione diversa o vogliono migliorare ciò che è stato abbozzato in modo farragginoso dal governo. È un atteggiamento incostituzionale. Siamo in presenza di un testo dove la confusione regna sovrana. L’Italia non è uno stato federale, ma regionale. Gli equivoci in questo senso abbondano. Con gli enti di area vasta seminiamo confusione a piene mani: tra qualche anno dovremo tornare alla Costituzione del 1948 se non avremo la forza di fare una riforma della Costituzione secondo i principi della Carta all’interno di una costituente o di una bicamerale. Serve un’idea di convivenza civile».

Lei fa parte della maggioranza che sostiene il governo. Deluso dal rallentamento della road map di Renzi?

«Ho dato la fiducia a Renzi perché l’Italia meritava fiducia. I titoli di Renzi mi hanno colpito, ma volevo conoscere i capitoli. Ora dice che per scriverli ha bisogno di mille giorni. Dubito che un governo nato con quei presupposti, senza un voto popolare e avendo perso la caratteristica di governo di grande coalizione perché ormai è un monocolore Pd, possa garantirci un percorso di lungo termine».

Al Senato siete determinanti. Non crede all’arco dei mille giorni?

«Vediamo cosa viene fuori dai numeri dell’economia. Il tema è: al Paese serve un governo purché sia o uno scelto dai cittadini che decidono quale ricetta debba portare l’Italia fuori dal guado? Andremo a votare quando vorrà Renzi, cioè il più presto possibile».

Cosa si aspetta dai dati economici?

«Berlusconi voleva togliere l’Ici per far ripartire i consumi, Renzi ha creduto lo stesso con la manovra degli 80 euro. Da ciò che dice Draghi appare chiaro che puntare solo su flessibilità o domanda interna non basta per la competitivitià. La ricetta è semplice, meno tasse e tre riforme: mercato del lavoro, fisco e giustizia. Su questo Renzi è ancora ingessato dai tabù della sinistra».

Come riorganizzare allora il quadro politico?

«Non mi piace parlare di ricomposizione del centrodestra, che per come lo abbiamo conosciuto è stato Berlusconi. Prima centro e destra erano distini e distanti. Berlusconi che ha messo insieme un partito nazionalista, An, e uno contro la nazione, la Lega. Ora bisogna ripensare tutto partendo dal campo popolare, che può trainare e attrarre partiti con venatura nazionalista o autonomista. Serve una Leopolda bianca che riprenda i valori del Ppe e lanci la sfida alla sinistra socialdemocratica».

E un bipolarismo maturo senza ali estreme?

«L’Italia ama le eccezioni. Il bipolarismo naturale è tra Pse e Ppe, in Germania nessun partito popolare accetterebbe alleati a destra e nessuno partito socialista si alleerebbe a sinistra. Hanno un banalissimo proporzionale con sbarramento al 5%, con un impegno morale quando si formano le alleanze dopo le elezioni. Salvini è il primo che dice che non è disposto a ipotetiche primarie di centrodestra che siano un concorso di bellezza. Dobbiamo intenderci su immigrazione, famiglia, economia, tasse. La penso allo stesso modo. Dobbiamo entrare nel merito, passando dalle idee e dalle identità ai programmi. La riaggregazione passa per due parole: democrazia e libertà. Alla fine non decidono le sigle, ma persone che si devono incontrare».