La vita bisogna metterla
in gioco per i grandi ideali

Papa Francesco

28 settembre 2015 - Politica estera

PAPA A CUBA/Forte: servire e non servirsi. Perché Francesco non è di sinistra

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A L’Avana, nella capitale di uno degli ultimi regimi comunisti, in una Piazza della Rivoluzione dove campeggia la gigantografia del Che, Papa Francesco ha parlato della concezione di potere che con Gesù entra nella storia: il servizio. Eppure anche il regime castrista ha preteso nei decenni di costruire sul concetto di “servire il popolo” tutto il suo sistema di potere. Ma sul significato del verbo “servire” Francesco non è stato affatto equivoco: «il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone», ha detto durante l’omelia, spiegando inoltre che «il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello».

Per capire meglio cosa intenda il Pontefice occorre riscoprire il dialogo iniziato proprio da Bergoglio con i movimenti popolari, incontrati prima a Roma nell’ottobre 2014 e successivamente in Bolivia nel luglio 2015. Il Pontefice, nell’attuale contesto economico globale, ha parlato durante il primo di quei due incontri della «necessità urgente di rivitalizzare le nostre democrazie», un po’ stanche, un po’ logore, un po’ limitate da decisioni prese a livelli sovranazionali, e della conseguente «partecipazione come protagoniste delle grandi maggioranze». Il libero mettersi insieme degli uomini tra loro, a partire da reali esigenze vissute, o “sofferte” insieme come ha detto a Cuba, è descritto come «quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune» e che può aprire «la prospettiva di un mondo di pace e di giustizia durature», «con animo costruttivo, senza risentimento, con amore».

È il contrario di una ideologia neo-marxista che si vorrebbe attribuire al Santo Padre, da destra come da sinistra – sebbene con finalità differenti. Il marxismo, infatti, vedeva in questo dinamismo popolare il risultato più evidente della disuguaglianza prodotta dalla classe dominante, chiaramente non in grado di garantire “proceduralmente” la giustizia. Il risultato storico del tentativo comunista di calare dall’alto una società giusta dentro il disegno complessivo di un sistema ritenuto perfetto è sotto gli occhi di tutti, come pure gli effetti di un retaggio ideologico che una certa sinistra europea si porta ancora dietro: le «strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi». Le vicende drammatiche del Novecento dimostrano che anche nella società ritenuta più giusta, al di là di ordinamenti e organismi vari, si avvertirà sempre la necessità di forze sociali che uniscano alla spontaneità la solidarietà e la vicinanza ai bisogni delle persone. Finché esisterà l’uomo egli ne avrà strutturalmente bisogno. Nella negazione di ciò consiste il principale errore delle teorie materialiste. Pure la moderna «assistenza pubblica», secondo Alexis de Tocqueville, aveva compiuto l’errore di spezzare quei «legami preziosi» tra chi ha di più e dà e chi non ha e riceve, che è possibile si stabiliscano «in nome di Colui che considera nello stesso modo e che sottomette a uguali leggi il povero e il ricco» (A. de Tocqueville, Democrazia e povertà, Ideazione editrice, Roma, 1998, p. 98). Perché l’assistenza pubblica «lascia sussistere l’elemosina, ma le toglie la sua moralità. Il ricco, che la legge spoglia di una parte del suo superfluo senza consultarlo, non vede nel povero che un avido estraneo chiamato dal legislatore a spartirsi i suoi beni. Il povero, da parte sua, non prova alcuna gratitudine per un beneficio che non si può rifiutargli e che non riuscirebbe d’altra parte a soddisfarlo», cosicché l’assistenza pubblica spezza il solo legame che poteva stabilirsi tra le persone delle due diverse classi e «le sistema ognuna sotto la propria bandiera; li conta e, mettendoli di fronte, li prepara al combattimento» (Tocqueville, p. 99). Così nasce il conflitto sociale. Invece l’immagine di Papa Bergoglio che vede i movimenti popolari come un «torrente di energia morale» implica proprio la necessità di «superare l’assistenzialismo paternalista» ed esige la creazione di «nuove forme di partecipazione» che «animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali». E per Francesco quel torrente non è la conseguenza ovvia di una società ingiusta, com’era per il comunismo, ma esprime bene «il mandato dell’amore non partendo da idee o concetti, bensì partendo dal genuino incontro tra persone, perché abbiamo bisogno di instaurare questa cultura dell’incontro, perché non si amano né i concetti né le idee, nessuno ama un concetto, un’idea, si amano le persone» (Bolivia, 9 luglio 2015). E in questa «dimensione di prossimità» dei movimenti popolari, che si esprime in un «attaccamento al quartiere, alla terra, all’occupazione, al sindacato», Francesco vede la chiave di volta per la costruzione di «un’alternativa umana alla globalizzazione escludente». A quella globalizzazione dell’indifferenza, come ha detto in altre occasioni, che produce scarti. Allora, ha ricordato il Papa citando il Vangelo, chi volesse essere grande deve servire questa creatività sociale che permette l’incontro tra persone e stabilisce tra esse legami preziosi. Non servirsi di essa per accrescere il proprio potere.

Matteo Forte