La vita bisogna metterla
in gioco per i grandi ideali

Papa Francesco

28 marzo 2013 - Politica nazionale

Informativa del Presidente del Consiglio dei ministri sulla vicenda dei due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

La gravità di quanto accaduto ci impone riflessioni non bizantine sia sul piano sia istituzionale che su quello politico

Roma – Intervento del Senatore Mauro. Signor Presidente del Senato, colleghi senatori, signor Presidente del Consiglio, signori del Governo, la gravità di quanto accaduto ci impone riflessioni non bizantine sia sul piano sia istituzionale che su quello politico.

Sul piano istituzionale, la decisione del ministro Terzi di dare le dimissioni in Aula ferisce mortalmente un Governo peraltro già dimissionario e in regime per di più di ordinaria amministrazione, ma su questo punto tornerò più avanti.

Questo gesto – a mio modo di vedere – soprattutto umilia l’Italia nel giorno in cui i marò ci hanno chiesto unità e compattezza, mostrandola divisa e inconsistente e in particolar modo esposta a logiche che mostrano coloro che fanno politica interessati a ben altro che non sia il bene del nostro Paese, la dignità delle sue Forze armate, la vita dei suoi uomini.

Non c’è patriottismo in questa decisione, né in ogni caso essa appare la migliore nell’interesse di Latorre e Girone, come rimarcato anche dai loro familiari, che in questo momento esigono di sentire e di vedere tutta la forza che l’Italia può dispiegare a loro tutela.

Non è con dimissioni plateali che si aiuta la nave del Governo del Paese, in oggettiva difficoltà e in un momento istituzionale particolarmente sensibile ad affrontare la tempesta scatenata da eventi infelici. La scelta dell’ex Ministro degli affari esteri – l’ultima più di alcune precedenti – è quindi in ogni caso sbagliata e spiace, perché ad assumerla è un uomo a cui da ogni parte si è guardato per la competenza certa e l’esperienza indiscussa.

E qui veniamo al piano politico della politica estera, ma forse dovrei dire più della politica interna. Può un uomo dalla competenza certa e dall’esperienza indiscussa come Giulio Terzi aver preso questa decisione sull’onda del sentimento? Può non aver valutato le conseguenze non nei confronti del Governo di cui faceva parte, ma nei confronti, per esempio, del Capo dello Stato che quell’incarico gli aveva conferito? Poteva cioè non aver considerato, un diplomatico di carriera, profondo conoscitore delle Istituzioni, di poter eventualmente contribuire a condizionare con il suo comportamento l’eventuale e futuro operato del Capo dello Stato per i giorni a venire? Ciò che voglio dire è che quanto implicato nel gesto del Ministro dimissionario appare, più che una mozione degli affetti e dell’onore e più ancora che un atto contro un Governo di cui non si condivide più la politica, un gesto deliberato di chi si presta ad uno sgarbo nei confronti del Presidente della Repubblica, compiuto con lo scopo di rendere inevitabili accelerazioni improvvide della fase politica che il nostro Paese sta vivendo.

In questo senso, alla nostra responsabilità è ascritto il dovere di stringerci a Latorre e Girone e alle loro famiglie, superando polemiche pur giuste sulla dinamica di questa vicenda, e anche di far sentire la voce del Parlamento come contraria alla teatralizzazione per fini personali e ancor più per fini politici del dramma che sta vivendo l’Italia.

Stringerci intorno a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone significa quindi stigmatizzare la scelta del ministro Terzi, non tanto e non solo perché non ha più condiviso – e a sorpresa – decisioni prese di comune accordo con il Governo, ma perché cosi facendo ha fiaccato la rilevanza dei valori di obbedienza e attaccamento alla Patria e all’onore delle Forze armate da Girone e Latorre testimoniati.

In questo senso, il significato politico di quanto accaduto ieri ci trascina verso l’abiura della ragione: alimenta l’immagine di una politica fatta di personalismi e di stratagemmi perseguiti per impedire dialogo e comprensione. Lacerare le relazioni tra le Istituzioni, precipitarci in una campagna elettorale permanente, mortificare la volontà di chi nelle Istituzioni ha mostrato di credere, come i nostri fucilieri di Marina, sono i soli effetti del colpo di teatro che abbiamo visto ieri alla Camera e che ancora tracimano da molte inopportune dichiarazioni.

I valori in cui crediamo noi sono invece anzitutto l’unità, a cui Latorre e Girone ci hanno richiamato, e ancora il senso dello Stato mostrato dalle ragioni mirabili esplicitate ieri in Aula dal ministro Di Paola, cui non è stato risparmiato di esser fatto passare per un comandante che anteponga interessi commerciali alla vita e all’incolumità dei suoi uomini e che, rimanendo al suo posto, si distingue dai troppi Schettino che flagellano questo tempo. E soprattutto crediamo nel valore dell’Italia, intesa non come compendio di retorica patriottica, ma come solo ed esclusivo riferimento delle ragioni irrinunciabili per cui vale la pena stare insieme e che dovrebbero ispirarci, in questi giorni, di tentare cose buone, piuttosto che sprecare l’occasione che deriva dall’essere una Nazione grande e seria, determinata e forte, rafforzando quindi e non indebolendo ciò che i Governi sono chiamati a fare sullo scenario internazionale.