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Papa Francesco

21 agosto 2015 - Politica nazionale

Politica incapace di cogliere il richiamo alla persona umana

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Il Tempo – intervista a Mario Mauro – «Andrò tranquillamente, come ogni anno dalla prima edizione. Al Meeting ho fatto non solo il relatore, ma dal guardiano notturno degli stand al pulitore delle pentole credo di aver ricoperto tutti i ruoli». Mario Mauro, senatore e presidente dei Popolari per l’Italia, non si sente per nulla fuorigioco al Meeting dell’Amicizia di Rimini inaugurato ieri e che oggi vedrà al centro l’intervento molto atteso del segretario della Cei Galantino.

Mauro, nella polemica sui migranti Matteo Salvini ha incalzato addirittura papa Francesco.
«Penso che ci sia una incapacità di rendersi conto dei fenomeni che ci troviamo di fronte. Ossia un fenomeno che da duemila anni si chiama Chiesa, che non può essere letto con gli occhi della politica. In questo senso i richiami sulla centralità della persona umana non possono essere compresi con il metro utile ma inadeguato rappresentato dalla politica».
E le parole di monsignor Galantino sulla politica «harem» le giudica esagerate?
«La mia reazione? La politica italiana ha o non ha il problema che può essere riassunto così: che i partiti non sono più dei partiti ma sono una corte piuttosto che una storia? Questo è un problema che oggi vive in modo drammatico il Pd».
In che senso?
«Chi non è membro della corte di Renzi viene sistematicamente eliminato. Questo è un dato oggettivo e credo che Galantino abbia colto nel segno. Le stesse riforme del governo sono il veicolo che prepara una dimensione autoritaria del nostro Stato».
Ieri il Meeting si è aperto con una riflessione sul rapporto tra la religione e i conflitti. Un caso?
La religione è indicata da molti come un fattore scatenante dei conflitti. È vero il contrario: Dio e il suo nome vengono presi a pretesto per il proprio progetto di potere. La religione invece è il fattore che rende davvero l’uomo libero: il potere ha sempre paura di Dio, perché chi è in rapporto di verità con Dio è libero dal potere, perché è legato a qualcosa di più grande. Per questo anche quelli che sono contenti di un invito al Meeting, perché sembra che questo sia un atto di omaggio nei confronti del potere, devono essere sempre consapevoli che quell’invito è determinato perché loro rendano conto di fronte al popolo del potere che hanno tra le mani».
Da questo punto di vista come interpreta il «cambio di verso» del premier che quest’anno sarà al Meeting?
«Mi sembra una bella notizia. Perché vuol dire che Renzi accetta di paragonarsi con una realtà tra le meno “docili” della storia di questo Paese. È stato un anno dove il premier ha annunciato di avere una riforma ogni volta che c’è stato un problema. Mi sembra che la strategia del premier sia di perenne difesa, di uno che per paura di prendere un goal ogni volta butta la palla in tribuna».
Come mai né lei, né Lupi né Formigoni siete stati invitati a parlare quest’anno?
«Per ciò che mi riguarda ho parlato l’ultima volta al Meeting due anni fa, quando ero ministro del governo Letta. È lo spirito che caratterizza il Meeting: confrontarsi prima di tutto con le istituzioni più che con i partiti. Quanto agli altri miei colleghi, stiamo parlando di persone la cui storia e la cui ispirazione politica non può essere in alcun modo separata dalla matrice del Meeting di Rimini».
Non crede che ci sia un divorzio tra Cl e centrodestra?
«Quando il centrodestra italiano, e io me ne considero parte, avrà delle idee più convincenti non ci saranno dubbi che avrà palcoscenici sui quali esporre le proprie tesi».
Ci sarà spazio, invece, per Bertinotti e Violante…
«Ringrazio gli organizzatori per l’invito ai presidenti Bertinotti e Violante. C’era la necessità di avere degli oppositori di Renzi al Meeting».
Antonio Rapisarda