La vita bisogna metterla
in gioco per i grandi ideali

Papa Francesco

15 gennaio 2010 - Rassegna stampa

L’Europa e il metodo Craxi

www.ilsussidiario.net – 15 gen – Nel decennale della morte di Bettino Craxi l’attenzione è focalizzata ancora sull’ondata con cui Tangentopoli avrebbe moralizzato la vita pubblica del nostro Paese. Ciò non fa altro che confermare una visione al quanto provinciale delle vicende degli ultimi decenni della nostra storia.

Il 19 gennaio del 2000 non è venuto a mancare solo l’uomo che, per gli ultras di Mani pulite, sarebbe la causa di tutti i nostri mali. Dieci anni fa ad Hammamet è scomparso un grande protagonista della costruzione della nuova Europa. La politica estera seguita da Bettino è, a detta di molti, la cifra del suo corso. Non tanto per il celebre episodio di Sigonella, quanto per la sua idea di Europa che ben si conciliava con quella di un altro grande attore di quel periodo, Papa Wojtyla. Il Pontefice polacco, infatti, si batté sin da subito perché il Vecchio continente tornasse a respirare a due polmoni, vedendo così il ricongiungimento dell’est con l’ovest. In questo senso il primo banco di prova per Craxi fu quando, nel novembre del 1977, unico leader nazionale, sostiene a Venezia la Biennale del Dissenso che raccoglie per un mese intellettuali e artisti dei paesi del Patto di Varsavia ostili ai regimi comunisti. L’altra grande occasione è l’assenso del Psi all’installazione degli euromissili Cruise per il riequilibrio atomico, in risposta alle minacce sovietiche. In Craxi era maturata la consapevolezza che il socialismo reale, per quanto portabandiera dell’antifascismo, condividesse con le dittature nazionaliste la natura totalitaria. Non è un caso che Mitterand descrivesse l’amico italiano come «un vero anticomunista». Una volta a capo del governo, poi, il segretario del Psi tradusse le sue posizioni ideali in una ostpolitik tutta italiana, nel convincimento che la vicinanza e il dialogo con gli anelli deboli del blocco sovietico ne avrebbe accelerato la dissoluzione. Fu così che nel maggio del 1985, dopo essere stato il primo leader occidentale a rendere visita a Gorbaciov, Craxi passa da Varsavia e stabilisce un rapporto preferenziale con il generale Jaruzelski al fine di regolarizzare la posizione di Solidarnosc e chiedere la scarcerazione di alcuni suoi membri. Lo stesso anno è celebre nella biografia di Bettino per l’impronta decisionista nell’ambito della Comunità europea, ostaggio della crescente burocrazia e dell’«euroscetticismo» britannico. Sotto la presidenza di turno italiana, in giugno, Craxi riunisce al Castello sforzesco di Milano i dodici primi ministri e capi di Stato comunitari. Rompendo ogni indugio, fa approvare a maggioranza la proposta di indire una Conferenza intergovernativa con l’incarico di redigere un progetto di Trattato sul completamento del mercato unico e sulla cooperazione nel campo della sicurezza e della politica estera. Con sette voti favorevoli si dà il via al processo che porterà all’Atto unico e alla nascita dell’Unione europea. La rottura di Craxi con la prassi di decisioni troppo spesso inibite da un esasperato unanimismo ha di fatto ridato slancio al percorso che l’Ue ha conosciuto dall’87 ad oggi, passando per la moneta unica e l’allargamento agli ex satelliti dell’Urss. Non si deve certo nascondere l’appoggio fondamentale di Kohl durante la riunione di Milano, ma urge dare a Cesare quel che è di Cesare. Bettino Craxi, come tutti i personaggi consegnati alla storia, presenta luci ed ombre. Tuttavia le ombre, e tanto meno quelle ingiustamente attribuitegli da operazioni di giustizia politica, non debbono offuscare i risultati oggettivi cui il suo metodo ha condotto. Occorre, invece, far tesoro di quella esperienza di decisionismo italiano in politica estera, perché ancora oggi può tornare utile. Tanto sulla scena europea, quanto su quella internazionale.