La vita bisogna metterla
in gioco per i grandi ideali

Papa Francesco

12 novembre 2012 - Rassegna stampa

Ricucire lo strappo

www.ilsussidiario.net – 11 nov – Anche per chi, come me, auspicava una vittoria del candidato repubblicano Mitt Romney, la rielezione di Barack Obama non può essere accolta necessariamente come una delusione: lo spettacolo di unità offerto non solo da chi ha partecipato alla battaglia elettorale, ma anche e soprattutto lo spettacolo di coesione mostrato da tutta la nazione nel suo complesso, sono dati molto incoraggianti nella riflessione odierna sul senso della politica.

Sulle modalità in cui viene costruito il confronto democratico, spesso duro e non senza colpi bassi, ma sempre con uno spirito positivo ed innamorato del proprio paese. Ha vinto la politica, ha perso l’antipolitica. Come quattro anni fa l’immagine e la grande capacità di stare con la gente si sono rivelate le armi più efficaci per la vittoria del candidato democratico. Tuttavia, se tutti quanti parlano di “seconda chance”, questo significa che la prima chance è stata sprecata, non soltanto a causa della crisi. Il rischio del cosiddetto Fiscal Cliff (un baratro finanziario da evitare entro fine anno) rappresenta la sfida più impellente per quanto concerne la lotta alla crisi economica: Obama deve riuscire ad evitare la recessione, ma la “non maggioranza” in parlamento gli renderà molto difficile continuare ad avvalersi di uno smisurato utilizzo della spesa pubblica. Altri due fronti caldi sono quelli dell’immigrazione e della politica estera. L’urgenza principale è la crisi siriana per la quale deve “mostrare i muscoli” molto più di quanto fatto finora. Obama può dimostrare di meritarsi un premio Nobel per la pace conferitogli “sulla fiducia”. Un altro grande scoglio sono i rapporti con l’Unione europea, nell’ambito della crisi economica globale: nonostante la simpatia che ha sempre suscitato Obama nel vecchio continente, l’andamento delle relazioni tra l’amministrazione americana e l’Unione europea non sono state un successo. L’approccio tutt’altro che costruttivo con il quale l’America ha affrontato il dialogo sulla crisi non è una nostra invenzione. La campagna elettorale ha evidenziato come noi europei siamo considerati oltreoceano i principali responsabili della crisi mondiale. Otto volte negli ultimi quattro anni il Ministro del Tesoro statunitense Timothy Geithner è venuto in Europa per sollecitare, non solo i tedeschi ed Angela Merkel, ma le istituzioni europee nel loro complesso, a compiere un’inversione di marcia rispetto ad una visione rigorista che era giudicata da Washington troppo fine a sé stessa e poco allineata a dei parametri che nel tempo potessero portare ad una svolta per la crescita. Il presidente della Commissione europea Barroso ha riscosso scroscianti applausi al parlamento europeo quando ha risposto in maniera decisa agli Stati Uniti dicendo che non accettava lezioni da loro perché sono coloro i quali la crisi l’hanno provocata (si veda per esempio la legge approvata dall’amministrazione Clinton nel 1999 che ha consentito da quel momento alle banche di deposito di diventare allo stesso tempo banche d’affari). In quattro anni quindi tutto questo dialogo non si è visto. Il rapporto con Barack Obama sui temi della crisi è ancora tutto da costruire. Dagli eventi delle ultime settimane potrebbe scaturire la svolta tanto attesa: Obama sembra aver individuato in Mario Monti la persona più adeguata a ricucire lo strappo, per una gestione globale della crisi più coesa tra Unione europea e Stati Uniti. Accettare di stare sulla stessa barca con noi europei sarà la sfida statunitense.