La vita bisogna metterla
in gioco per i grandi ideali

Papa Francesco

20 luglio 2012 - Rassegna stampa

Ultima chiamata per l’Italia

www.ilsussidiario.net – 20 lug – La circostanza eccezionale che vivono il nostro continente e il nostro paese ci obbliga ad una presa di coscienza profonda di quello accade. Quella che è descritta in momenti alternati come crisi finanziaria, o crisi della moneta, o crisi dei debiti sovrani, è fondamentalmente una crisi di fiducia reciproca di coloro che si sono impegnati in un progetto che è stato fin dall’inizio fuori dal comune.

Questo progetto ci ha dato pace e prosperità per più di sessant’anni, ha fatto di noi l’area più ricca del pianeta, ha fatto di noi cittadini europei i più ricchi di ogni altra parte del mondo. L’Unione europea, con i suoi 500 milioni di abitanti, rappresenta l’8% della popolazione mondiale e spende il 58% di quello che nel mondo si spende per sanità, pensioni, istruzione, formazione e garanzie legate alla previdenza. Tutto questo ha nel tempo prodotto i termini di uno squilibrio che non consente a nessuno dei paesi membri dell’Unione europea di sortire da questi accordi per tentare l’avventura solitaria. Lampedusa, ad esempio, non è il confine dell’Italia, è il confine dell’Europa. Chi arriva a Lampedusa (vedi la vicenda degli ultimi 13 mila tunisini arrivati in Italia) vuole andare in Francia, in Germania, in Danimarca, oppure in Svezia. Noi siamo solo un punto di transito. Allora l’Europa non è una delle possibili alternative in una serie di ipotesi di carattere politico attraverso le quali ci contendiamo il futuro. L’Europa è una strada obbligata. Sta a noi che sia una strada positiva, quella che ci ha fatto ricchi. Quello che ha reso possibile, non 60 anni fa quando c’era il boom economico, ma sette anni fa, ai polacchi, che per ultimi sono entrati in Europa, di passare da indici di reddito che sostanzialmente erano da terzo mondo, a indici di reddito e possibilità e opportunità sul piano della competizione delle imprese che li rende oggi tra i più ricchi al mondo. Dipende da noi il funzionamento di questo strumento. E’ vero, è in crisi il processo decisionale europeo, c’è un grande deficit di democrazia. Ma a questo deficit di democrazia si risponde partecipando dei tempi e dei modi del progetto europeo. Il problema è appunto che sono 20 anni che l’Italia è fuori da questi tempi e da questi modi. Oggi sono 4 i paesi Ue membri del G8: Italia, Germania, Gran Bretagna e Francia. Tra 10 anni nessuno di questi paesi, neanche la Germania, farà parte delle dieci economie più grandi del mondo. L’unica unità di misura che dobbiamo utilizzare è quindi l‘Europa. E perché quell’unità di misura corrisponda più profondamente possibile alle aspettative del nostro popolo e dei nostri ideali occorre che dentro questo contesto siamo competitivi come gli altri. C’è un’espressione molto bella che ha usato Thomas Mann e che è stata fatta propria da Konrad Adenauer e, più recentemente, anche da Helmut Kohl: “Non serve un’Europa più tedesca, ma una Germania più europea”. Questo è vero per la Germania, ma è vero allo stesso modo per l’Italia. Essendoci astratti per un ventennio e sottratti al dovere fondamentale di fare riforme profonde che mettessero il nostro paese nelle condizioni di tornare a competere, oggi ci troviamo non solo nella condizione di essere un paese in pericolo, ma di essere un paese che da tutti viene visto come “il pericolo”. Nei giorni scorsi è emerso che l’Italia ha sforato nuovamente il tetto del proprio debito facendo registrare un nuovo record di 1966 miliardi. Questo vuol dire in buona sostanza che tutti i governi che si sono alternati alla guida del nostro paese da decenni non sono riusciti a intaccare il meccanismo della spesa corrente, e soprattutto, sono rimasti in balìa dei mercati, esposti a quelle che sono le oscillazioni degli interessi sul debito. Questa mancanza di consapevolezza delle condizioni critiche in cui versava il paese ha determinato dei corto circuiti di natura politica senza precedenti. Per cui schieramenti anche con vistose maggioranze, come è capitato ad esempio all’ultimo governo Prodi, affette da un tasso di ideologia troppo alto, non sono riusciti a produrre nessuna riforma. E vistose maggioranze di centrodestra affette da tassi inenarrabili di personalismi hanno sortito gli stessi effetti. L’esito di questa condizione è stato un fatto senza precedenti nella storia della democrazia europea: un governo è stato espropriato delle proprie prerogative e obbligato a scegliere la strada di un governo tecnico per far fronte alle proprie necessità. E’ successo per l’Italia, ma è successo anche per la Grecia, con una formula che ci deve indicare la strada. Nella prima tornata elettorale dopo il governo tecnico, in Grecia si sono rese evidenti condizioni di instabilità create dal fatto che i cittadini si sono sfogati contro la politica, ritenendo la politica incapace di risolvere i problemi. Ma quando pochi giorni dopo si è capito che nessun governo sarebbe nato dallo scollamento della società civile, è stata proprio la società a dare una dimostrazione di grande responsabilità. Hanno in sostanza obbligato destra e sinistra ad andare di pari passo, questa volta non fingendo, per produrre soluzioni comuni. Il nostro paese ha fondamentali ben diversi della Grecia. Siamo ancora una delle più grandi economie del mondo, un paese che eccelle in molti settori. Tuttavia conserviamo un’instabilità politica che rischia nel tempo di corroderne la capacità di reazione. Non ha alcun senso l’esistenza di un governo tecnico col supporto di forze politiche che fingono di continuare ad essere divise su tutto anche se, per procedere in ordine a ciò che è necessario, sono obbligate a dare il loro sostegno. Questo paradosso infatti carica di una enorme ambiguità quello che è il tempo della politica che ci attende. Se pensiamo di affrontare i problemi congiunturali del nostro paese continuando a fingere di litigare, o a litigare sul serio, vuol dire che non abbiamo capito qual è la minaccia che incombe. E vuol dire che non abbiamo percepito che cosa possa significare per il paese l’esodo incessante verso l’estero di migliaia di aziende, che a fronte del carico burocratico e dell’incapacità di produrre riforme per migliorare le condizioni di competitività, scelgono di star fuor dall’Italia. E scelgono magari di andare fuori dall’Europa perché ritengono l’Europa in pericolo per colpa dell’Italia. Allora il tempo che abbiamo davanti non è appena il tempo di una campagna elettorale. E’ un tempo in cui questa presa di coscienza è analoga per certi versi a quella che avete visto fare oscillare e sbandare un paese certo molto più realmente in difficoltà come la Grecia. Questo problema va risolto subito. Se Partito Democratico e Popolo della Libertà continueranno a dire che mai e poi mai faranno nulla insieme, inevitabilmente vedranno il proprio patrimonio di consenso eroso da forze irresponsabili, che faranno precipitare il paese nell’ingestibilità più assoluta. Io credo che sia molto più leale nei confronti dei cittadini, se spiegassimo loro che questo è il momento di mettere tutto il peso di cui siamo capaci sulla stessa mattonella. Solo così il più fragile tra di noi, l’impresa più piccola, quella che ha maggiori problemi di mercato, quella che non è pagata dalla pubblica amministrazione, come accade nell’ASL di Napoli1 da 1.676 giorni (poco più di 4 anni e 7 mesi per pagare una fattura), possono avere speranze di farcela. Questo è un dovere che è comune e rispetto al quale non possiamo sottrarci. Questo tempo deve essere usato per una battaglia di natura culturale, che carichi chi ha responsabilità politica di questa visione certa, che ci porti in pochi mesi ad avere un governo capace di riforme profonde non perché tecnico, ma perché politico. Perché i mercati, ma soprattutto il gioco degli speculatori non si lasciano trarre in inganno. Nessuno infatti crederà alla serietà delle manovre italiane, per quanto onerose, se a garante di queste manovre ci sarà ancora un uomo tristemente solo. Oggi infatti i partiti che lo sostengono in parlamento, mentre alle ore 13 gli danno il voto di fiducia, alle ore 15 ti dicono che mai condivideranno quello che lui ha fatto. Come sotto altri aspetti ha già scritto nei giorni scorsi su questo giornale Giorgio Vittadini “non è ancora troppo tardi per costruire insieme programmi che favoriscano libertà, intrapresa,  sussidiarietà e solidarietà nella scuola, nell’università, nella sanità, nell’assistenza, nel mercato del lavoro, nell’impresa e possono divenire contenuti di azione di un governo bipartisan”. I partiti si spoglino di questa ambiguità e dicano e stabiliscano di fronte ai cittadini un impegno chiaro. Un‘ agenda di riforme in cui sia chiaro chi ci perde e chi ci guadagna. Se stabiliamo dei criteri precisi attraverso i quali i partiti possono garantire la ripresa del paese, stiamo certi che chi ci ascolta comprenderà. Il tempo in cui viviamo è eccezionale, a questo tempo eccezionale si risponde con una presa di coscienza eccezionale. Ci è capitato un’altra volta nella storia recente, quando la guerra ci ha messo in ginocchio. Finita quella guerra una classe politica che era separata, non dagli insulti, ma dalle pallottole, non dagli improperi e dalla satira, ma dalle bombe a mano, ha avuto la forza e la consapevolezza, pur sapendo di avere di fronte magari l’assassino del padre, del fratello o della sorella, di farsi carico del destino del paese. Se noi non dimostriamo una maturità e una consapevolezza del genere, nel contesto dell’Italia prima e ancor più nel contesto dell’Europa poi, la luce che vedremo in fondo al tunnel non sarà quella della speranza, ma sarà quella del conflitto. Saranno i bagliori del conflitto, perché quello che accade sui nostri mercati non è diverso da quello che, attraverso le bombe e le cannonate, garantiva la prepotenza di uno stato su un altro 70, 80, 100 anni fa. La storia ci chiede di essere veri, ci chiede di essere seri, di essere cioè umani dentro le circostanze che viviamo, di chiamare le cose col loro nome e affrontare gli impegni di questi mesi in modo incontrovertibile. Ciò che mi affligge è che il contesto mediatico nel quale viviamo ci fa pensare che i problemi del nostro paese vadano dalle dimissioni di qualche politico ai bisticci sulle intercettazioni. Il cuore vero dei problemi è spesso contraddetto da un uso scorretto dei media. Che ottiene l’effetto di far crescere in noi un senso di angoscia profonda. I problemi ci sono e sono posti dalla storia. I problemi della storia li risolvono gli uomini. Quindi più noi facciamo questo esercizio di verità e abbiamo la forza di andare a vedere come stanno le cose, più siamo capaci noi di dettare l’agenda, non solo ai media ma anche alla politica. Perché altrimenti la sensazione di svuotamento, d’impossibilità di reagire che degenera poi in quell’atteggiamento comunemente chiamato antipolitica, non ci fa capire neanche cosa sia l’antipolitica. L’antipolitica è l’amore del nulla, è nichilismo puro, è voglia di dissolvimento di una società. La società, lo stato, la politica sono il frutto di una libera scelta. Quando un problema non si risolve, se non vogliamo diventare preda dello scontro tribale, cerchiamo una mediazione, cerchiamo la figura del mediatore. Senza questa capacità di mettere in fila i problemi e trovare delle risposte l’uomo è nulla. Il problema quindi è far lavorare la politica: che la politica eserciti il suo compito, raggiunga le sue finalità. E quelle finalità hanno come esito ultimo e definitivo il miglioramento del nostro vivere.